Stefano Sartori sale in malga il 10 giugno di ogni anno, con il sole ancora basso sull'Altopiano e le pecore già irrequiete nelle stalle di Foza. Ha 47 anni e lo fa da quando ne aveva diciotto, prima con suo padre, poi da solo, poi di nuovo con suo figlio maggiore che ha smesso di fare l'universitario per tornare ai pascoli. Come dice lui stesso: «Il Felicione non è solo una malga. È un modo di stare al mondo.»
La pecora di Foza è una razza autoctona dell'Altopiano dei Sette Comuni, pressoché scomparsa negli anni Ottanta e oggi oggetto di un progetto di recupero che coinvolge sei allevatori e il Comune di Asiago. Stefano ne alleva 340 capi, e conosce ognuno per nome — o almeno così sostiene, ridendo.
La transumanza verticale
Il percorso che il gregge compie ogni estate è rimasto invariato per almeno tre secoli: dai pascoli invernali di Foza si sale verso i Larici di Sotto, poi su fino alle praterie d'alta quota tra i 1.400 e i 1.700 metri sul livello del mare. Un dislivello di circa 900 metri che le pecore percorrono in due giorni di cammino lento, seguendo sentieri che le generazioni precedenti chiamavano le strade del latte.
Il progetto della lana
Dal 2022 la malga del Felicione partecipa a un progetto pilota per la valorizzazione della lana di pecora di Foza. Un laboratorio di Schio la trasforma in filato per maglieria, e una cooperativa di Asiago produce coperte e berretti venduti al mercato di Made in Malga. Il formaggio di malga di pecora di Foza sarà tra i prodotti esposti alla 14ª edizione, insieme al filato grezzo e alle prime coperte del progetto.